La previdenza complementare italiana continua a crescere. Le risorse accumulate nei fondi pensione hanno raggiunto 273,2 miliardi di euro e gli iscritti sono ormai quasi 11 milioni.
Numeri importanti, ma il confronto con il resto d’Europa mostra che l’Italia ha ancora molta strada da fare. Il patrimonio della previdenza complementare italiana rappresenta infatti una quota del PIL decisamente inferiore rispetto a Paesi come Regno Unito e Paesi Bassi.
Per chi risparmia, però, c’è una questione ancora più concreta: avere un fondo pensione non significa automaticamente aver scelto bene.
Bisogna capire quanto costa, in quale linea vengono investiti i soldi e per quanto tempo resteranno investiti.
Cos’è la COVIP e perché i suoi numeri sono importanti
Quando parliamo di fondi pensione incontriamo spesso la sigla COVIP.
È la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, l’autorità che vigila sul sistema italiano della previdenza complementare. Controlla le forme pensionistiche, raccoglie e pubblica dati e mette a disposizione dei risparmiatori strumenti per confrontare caratteristiche e costi dei diversi prodotti.
Uno dei dati più utili è l’ISC, Indicatore Sintetico dei Costi. In parole semplici, l’ISC riassume in una percentuale quanto incidono complessivamente i costi di un fondo pensione su diversi periodi di permanenza, per esempio 2, 5, 10 o 35 anni.
Un punto percentuale sembra poco. Su 35 anni non lo è
La stessa COVIP utilizza un esempio molto efficace. A parità delle altre condizioni, un ISC del 2% invece dell’1% può determinare, dopo 35 anni, una prestazione finale inferiore di circa il 18%.
Facciamola semplice. Se una combinazione di versamenti, rendimenti e costi portasse teoricamente a un capitale di 100.000 euro, una struttura dei costi sensibilmente più elevata potrebbe significare migliaia di euro in meno alla fine del percorso.
Il problema è che quando si firma un contratto una differenza dell’1% può sembrare irrilevante. Dopo trent’anni non lo è più.
Il comparatore RendeChiaro: 169 linee sotto la lente
Per rendere questo confronto più semplice abbiamo raccolto nel nostro strumento 169 linee di investimento appartenenti a 37 fondi pensione aperti.
Si possono distinguere linee garantite, obbligazionarie, bilanciate e azionarie e confrontare l’ISC su diversi orizzonti temporali. La cosa importante è confrontare prodotti omogenei: una linea azionaria e una garantita hanno rischi e finalità differenti e non avrebbe senso scegliere semplicemente quella con il costo più basso.
Il costo è quindi uno degli elementi della scelta, non l’unico.
Perché non basta guardare il rendimento
Un altro errore frequente è scegliere un fondo semplicemente perché negli ultimi anni ha ottenuto un rendimento maggiore. I rendimenti passati, però, non garantiscono quelli futuri.
I costi hanno invece un effetto molto più prevedibile: vengono sottratti nel tempo e riducono ciò che rimane investito. Per questo, prima di confrontare i rendimenti, conviene almeno sapere quanto si sta pagando.
E soprattutto bisogna guardare l’orizzonte temporale. Un fondo destinato a rimanere aperto per trent’anni deve essere valutato in maniera diversa rispetto a una posizione che si avvicina alla pensione.
C’è anche il vantaggio fiscale
Il fondo pensione non è semplicemente un investimento. I contributi versati alla previdenza complementare possono essere dedotti dal reddito fino a 5.164,57 euro l’anno, entro i limiti previsti dalla normativa.
Nel limite rientrano anche gli eventuali contributi del datore di lavoro, mentre il TFR conferito al fondo segue regole differenti.
Anche la tassazione della prestazione pensionistica beneficia di condizioni agevolate: in molti casi l’aliquota parte dal 15% e può ridursi progressivamente fino al 9% con una lunga permanenza nella previdenza complementare.
Il tempo, quindi, conta due volte: per l’accumulo del capitale e per alcuni vantaggi fiscali.
La lettura di RendeChiaro
Il dato dei quasi 11 milioni di iscritti è certamente positivo: significa che sempre più italiani stanno pensando alla pensione futura. Ma c’è una domanda che viene prima di tutte le altre: quanto ci costa il fondo che abbiamo scelto?
Su pochi mesi può sembrare una differenza minima. Su venti, trenta o trentacinque anni può diventare una cifra importante.
Per questo, prima di scegliere un fondo pensione — o anche se ne possediamo già uno — ha senso controllare almeno tre elementi: tipo di linea, orizzonte temporale e costi. Poi vengono rendimento, fiscalità, eventuale contributo del datore di lavoro, TFR e tutte le altre caratteristiche personali.
Nessun comparatore può dire quale fondo sia perfetto per tutti. Ma può rendere molto più difficile scegliere senza sapere quanto si sta pagando.
Dati aggiornati al 6 ottobre 2026. Fonti: COVIP, Deloitte, ANSA. Il contenuto ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria o previdenziale personalizzata.
a cura di Andrea Aidala


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